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Full text of "La prima guerra dell’indipendenza (1848-49) / [di] Giovanni Baldi."

lo N.° 8 



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Piazzo: Cent. IO 



Cospirazioni e battaglie dal 1821 al 1870 




e 



±*±. 



Prof. GIOVANNI BALDI 



La prima guerra dell' 




(1848-49) 






A 




/ 



QPRNlEkiggrlàÈM 




Casa Editrice ZERBINI 



FIRENZE 

1905 




Firenze — Casa Editrice NERBIMI — Firenze 



Prof. GIOVANNI BALDI 



Cospira3Ìont e battaglie 

pel risorgimento b'3talta 



# SOMMARIO * 

I. I Carbonari (1820-21) — II. Il Castello di Eubiera (1822) - 
III. Cirio Menotti (1831) — IY. La Giovine Italia — V. I fratelli 
Bandiera — VI. Le cospirazioni e i moti sotto il papato — VII. Le 
cinque giornate di Milano — Vili. La prima guerra dell' Indi- 
pendenza — IX. Garibaldi in Lombardia — X. La difesa di 
Roma — XI. L'assedio di Venezia — XII. Una tragica 
ritirata — XIII. Le dieci giornate di Brescia — XIV. La 
resistenza di Livorno — XV. I moti della Lombardia — 
XVI. Carlo Pisacane — XVII. Felice Orsini (L'odis- , 
sea di un cospiratore) — XVIII. Il 27 Aprile 1859 
(Una rivoluzione festante) — XIX. La seconda 
guerra per l'Indipendenza — XX. I Mille — 
XXI. Aspromonte e Fantina — XXII. Dal 
Quadrilatero alle valli del Trentino — 
.XXIII. Mentana - Villa Glori -Casa 
Ajani — XXIV. Le bande insurre- 
zionali — XXV. Il XX • Set- 
tembre 1870 (La caduta del 
potere temporale de' papi 
— XXVI. Il Sacrifìcio di 
Guglielmo Oberdan 
(L' Irredenta e Ful- 
timo martire). 



s? 



Si pubblica un fascicolo la settimana a centesimi io 

Atbo;i. all'Opera oorcpleia L. 2,59 (estero L 4.) 



La prima guerra dell'Indipendenza 



(1848-49) 



La gloria delle cinque giornate di Milano, il fermento 
ognora crescente in ogni angolo d'Italia, dovevano essere 
il segnale della generale sollevazione, e dalla forte Ligu- 
ria, da Modena, da Parma, da Novara accorrevano in fitte 
schiere i cittadini per unirsi ai fratelli lombardi. La guar- 
dia civica di Firenze, di Siena, di Pisa di Livorno si mo- 
bilizzava sotto gli ordini del colonnello Giovannetti; dopo 
quella di Luciano Manara altre legioni ponevano campo 
sul Garda, miravano ad asserragliare i valichi dello Stelvio 
e del Tonale, si spingevano a' naturali confini d'Italia sulle 
Alpi Rezie; le truppe Pontificie, cui si univano le legioni 
de' volontarj , sotto gli ordini dei generali Giovanni Durando 
ed Andrea Ferrari, si preparavano a quella che chiamavano 
la guerra santa, e fin le donne, in quel comune entusiasmo, 
compievano prodigi: la bella e colta principessa di Bei- 
gioioso traeva seco una colonna di volontari, cui Ferdi- 
nando di Borbone, di malavoglia, aveva dovute concedere 
le armi ; la Giulia Calarne, svizzera di nascita, italiana per 
generosità di sentimento e per essere stata ognora fedele 
compagna nelle cospirazioni e nell'esilio al grande nostro 



— 2 - 

artista Gustavo Modena, (1) marciava recando il vessillo 
dei volontari veneti; la genovese Giacinta Luchinati era 
caporale nel battaglione universitario romano, e se doves- 
simo tener nota, per breve che fosse, degli atti che in ogni 
età saranno ammirati come degni d'encomio, dovremmo 
fare opera ben voluminosa e non modesta come questa 
nostra. Purtroppo caterva nobilesca di cortigiani, moderati 
adoratori del giusto mezzo^ ponevano una remora all'erom- 
pere di tanto entusiasmo e lo raffreddavano. Si volgevano 
costoro a Carlo Alberto, ed egli, col desiderio di cingere 
il serto d'Italia, e posto ormai su di una via dalla quale 
male ci si poteva ritrarre, dopo avere alquanto tergiver- 
sato, il 23 marzo del 1848 si decideva, ed emanava un pro- 
clama ai popoli della Lombardia e della Venezia offrendo 
ad essi il fraterno aiuto, e il 29 varcava il confine con 23,000 
soldati. Mossa tardiva, perchè, intanto, il Radetzky, fuggito 
da Milano, aveva potuto riunire alla meglio il suo eser- 
cito e concentrarsi nelle fortezze, in attesa di rientrare in 
campo ; mentre se fosse stato sorpreso per via sarebbe 
stato facilmente sgominato, e le forze austriache in Italia 
sarebbero state, di colpo, schiacciate, e con una sola, de- 
cisiva battaglia campale la guerra nazionale si sarebbe 
conchiusa vittoriosamente. 

Entrando in campagna, l'esercito sardo presentava 
subito all'occhio di un attento osservatore difetti di capi- 
tale importanza. Contava esso 72,000 uomini, molti dei 



(1) Gustavo Modena nacque a Venezia da Giacomo e Luigia, ar- 
tisti drammatici, il 13 febbraio 1803. Studente in legge nell'Univer- 
sità di Padova, prese parte a una lotta contro gli austriaci — era 
il 1821 — e vi restò ferito, e dovè esulare. Datosi con viva passione al- 
l'arte drammatica, fu il più grande attore che avesse l'Italia. Combattè 
nel '31 e fu segretario del generale Sercognani, e fu pare tra i primi 
militi della Giovine Italia e partecipò alla spedizione di Savoja. Patì 
esilio e miseria, e nel 1848 ritornò fra i combattenti per la libertà, 
e combattè con le armi, la parola e la penna. Fu a Eoma nel 1849. 
Scrittore, patriotta, artista fu grande. Morì il 20 febbraio 1861. Suo 
illustre allievo in arte fu Tommaso Salvini, suo amico intimo fu il 
Mazzini. 



- 3 — 

squali rimanevano immobilizzati ne' presidi, quando pure 
non vagavano per loro capriccio o per accordata licenza. 
Cullato, cotesto esercito, nell'idea di un'eterna pace coll'amica 
Austria, sprovveduto di un accurato servizio topografico, 
ignaro quindi dei luoghi ove si sarebbe svolta l'azione sua, 




Elbano Gasperi, solo nudo, proseguì a dar fuoco all'artiglierie. 

Ipag. 10) 



muoveva a casaccio. Destinato all'interna oppressione più 
che a valida difesa dallo straniero, aveva trascurate le mi- 
litari discipline, ed era di diffìcile maneggio in rapide mosse 
strategiche, quali si addicevano alla guerra che si stava per 
combattere. Altro errore era l'avere Carlo Alberto il comando 
supremo di cotesto esercito che voleva capi arditi, sapienti 



_ 4 •- 

di cose guerresche, energici e capaci di improvvisare gli 
eroi e compiere i miracoli dei generali della Rivoluziono 
Francese : egli, invece, era di natura sua fiacco ed incerto, 
ignaro di strategìa, bacato di fatalismo e di pregiudizio, 
tanto da subordinare le mosse guerresche a quelle del 
culto, e da credere ciecamente alle visioni di una isterica 
allucinata, suor Maria Teresa — al secolo Claudina Rou- 
geon — che stava a Cognin, presso Chambery, sulle quali 
regolava le mosse dell'esercito. (1) Deficiente il capo, più 
lo era, da qualche rara eccezione in fuori, lo stato mag- 
giore, di cui era magna pars un cortigiano timido e servile, 
d' intelletto corto, il gentiluomo di camera, o ciambellano 
che dir si voglia, Carlo Canera conte di Salasco, famosa 
solo per avere legato il nome suo ad un infelice armistizio. 
Dopo aver traversata Pavia in mezzo a un entusiasmo 
delirante, cotesto esercito poneva campo, il 5 aprile, a 
Bozzolo, ove manipolo audace di volontari guidati dal Grif- 
fini aveva disfatto il ponte di Marcaria sull'Oglio e assicu- 
ratone il passaggio. Le truppe regolari avanzarono su la 
strada di Mantova, una parte occupò un casolare, e come 
ebbra della facile vittoria, trascurando le più elementari 
norme dell'arte della guerra, si lasciò, nella notte, sorpren- 
dere e fugare dal nemico, che fece anche de' prigionieri. 
L'otto aprile si pugnò a Goito, forzando il passo tra le- 
fortezze di Mantova e di Peschiera, e fu una vittoria; il 
9, il Broglio con la terza divisione, corre su Monzambano« 
e vince; il colonnello Mollard occupa Borghetto, il 10 l'eser- 
cito prende posizione sulle alture, davanti al castello di 
Valeggio; IMI passsa il fiume. Era il caso d'incalzare senza 
pietà l'austriaco, invece Carlo Alberto, credendo, come gli 
si diceva, facile la resa di Peschiera, pone il quartiere ge- 
nerale a Volta Mantovana, fa un tentativo inutile su quella 



(1) Vedi i giudizi del dotto colonnello Carlo Mariani e le noti- 
zie del marchese Costa di Bauregard. 



fortezza, intorno alla quale lascia, per stringere il blocco, 
la brigata di Pinerolo. Intanto, per infrenare le incursioni 
de' rapaci croati nel contado e cacciarli da Rivolta e 
dalle Grazie, operando il congiungimento colle colonne 
modenesi, romane e toscane, che già avevano varcato il 
Po, muore all'alba dell' 11 verso Mantova. Si poteva bat- 
tere così di fronte e di fianco il nemico e tagliargli la riti- 
rata ; ma l'austriaco contava buone e numerose spie dalle 
quali fu avvertito delle mosse dell'esercito regio, onde non si 
lasciò córre alla impensata e, dopo aver sostenuto breve scon- 
tro coi bersaglieri a Belfiore, che lo incalzarono fino alle 
porte, si chiuse nelle fortezze. Il tentativo del generale Bava 
andava così fallito, e sotto Mantova restavano 5000 toscani, 
tra volontarj e regolari, comandati dal generale D'Arco 
Ferrari, vecchio soldato napoleonico, cui si era aggiunto 
il 10° reggimento di fanti dell'Abruzzo, da Ferdinando di 
Napoli inviati al granduca Leopoldo di Toscana. A Gover- 
nolo, forte posizione sotto a Mantova, erano i modenesi 
guidati dal maggiore Lodovico Fontana, e una cinquantina 
di bersaglieri, tra i quali Nino Bixio e Goffredo Mameli, 
agli ordini del Longoni, e questo manipolo fece miracoli 
di valore e ributtò, a Castelbelforte, gli austriaci. Il Gor- 
zokowski, che doveva poi uccidere Ugo Bassi e governava 
Mantova, inviò contro il Fontana forte colonna di scelti 
soldati comandata dal veneto Duodo, che lungo la via com- 
mise ogni sorta di ridalderie ; ma a Governolo, dopo quat- 
tre ore di lotta micidialissima, il Duodo doveva ritrarsi, 
inseguito da' modenesi, per quanto le artiglierie facessero 
difetto. (1) Gli errori facevano riscontro agli eroismi: si 
rifiutava in modo vergognoso il leale aiuto offerto da Ga- 
ribaldi e dai suoi legionari ; si lasciavano senza soccorsi i 



(l) Avevano i modenesi due pezzi a capsula, su cui il tristo duca 
'Francesco IV. con scherzo feroce, aveva fatto incidere: « Ciro Menotti 
contro i liberali - 183 1 ». Uno dei pezzi a Governolo si ruppe. 



— 6 — 

volontarj che agli ordini dell'Allemandi occupavano le po- 
sizioni alpine, sì che doverono ritrarsene, lasciando cosi 
indifesa la Venezia, scoperto il Friuli, sguarnita la via che peli 
Garda muove su Brescia. Fugati gli austriaci a Villafranca r . 
si deliberò di marciare su Pastrengo per sbaragliare il 
nemico uscito dalle fortezze di . Verona e tagliare ogni: 
comunicazione tra esse e la fortezza di Peschiera; lente le- 
mosse, e il 30 aprile, essendo giorno festivo, volle il re che,„ 
prima di lanciarsi in battaglia, le truppe udissero la messa,, 
d'onde nuovo e pregiudice vole ritardo: pur tuttavia, specie- 
per il De Sonnaz, la giornata campale di Pastrengo segnò- 
una nuova vittoria, dalla quale si potevano, volendo, trarre 
anche maggiori vantaggi. Si distinsero Paolo Riccardi, ca- 
pitano di artiglieria, che seppe far operare prodigi alla 
sua batteria; il maggiore Alfonso Lamarmora per brillanti 
cariche di cavalleria; il venticinquenne marchese Bevi- 
lacqua di Brescia, volontario, che in quella battaglia lasciò 
la vita. Intanto il Nugent, con 20,000 austriaci racimolati 
durante le incertezze di Carlo e gli errori del governo dì 
Lombardia, commessi auspice il Casati, varcava senza osta- 
colo veruno l'Isonzo e muoveva su la fortezza di Palma- 
nova. Ivi era lo Zucchi, il glorioso superstite dalle lotte* 
del '31 e dalla dura prigionia dell' Austria, (1) che vi si 
era ritratto dopo un tentativo d'invasione dell' Illiria, & 
con lui era buona mano di veneti, — tra i quali il grande- 
attore Gustavo Modena insieme alla sua fida Giulia — 
di lombardi e di piemontesi; ma il Nugent scansò la 
lotta contro Palmanova e si volse a Udine, ove la guar- 
dia civica, con armi da caccia e picche, e pochi soldati 
con quattro cannoni opposero una fiera resistenza; ma 
la municipalità e l'arcivescovo, colti da paura, resero la 
città al tedesco, che con stragi nefande, saccheggi e incendi 



(1) Aveva lo Zucchi 71 anni e ne aveva passati sedici in carcere^ 
Xo liberò il popolo nel '48. , 



— 7 — 

sparse il terrore all'intorno, varcò su barche il Taglia- 
melo, mentre i volontarj e poche truppe si ritiravano in 
buon ordine sulla Piave. Né le poche milizie regolari, i vo- 
lontarj e le esigue legioni comandate dal conte Livio Zam- 
beccari di Bologna, e che s'erano concentrate in Treviso, po- 
tevano opporsi all'insolente e numeroso nemico, e nep- 
pure i settemila pontifici guidati dal Durando e i diecimila 
volontarj romani, umbri e marchigiani agli ordini del Ferrari 
disseminati in lunga catena potevano offrire valida resi- 
stenza. Combattè strenuamente il Ferrari a Cornuda con 
poche forze (3 maggio) invocando l'aiuto del Durando, che 
scrisse da Crespano: «Vengo correndo»; ma dalle 12 
del giorno alle ore 6 della sera niuno si vide, e il Fer- 
rari dovè ritrarsi, fortunatamente non inseguito dagli au- 
striaci, cui aveva inflitte forti perdite. Ripiegò su Mon- 
tebelluna, ma la trovò affatto sguarnita di truppa, per cui 
i militi dicendosi traditi dal Durando e venduti al nemico, 
scorati, fuggirono verso Treviso, né il Ferrari potè arre- 
starli e dovè abbandonare la Piave. Il Durando che pareva 
sfuggire il nemico e la cui condotta fu ognora inesplicabile, 
si giustificò poi dicendo di avere seguite le istruzioni del 
governo di Roma, a' cui stipendi era accorso dal Piemonte 
nel '47. Il 12 maggio, il Ferrari, dopo altri rovesci, ripie- 
gava su Mestre, lasciando a Treviso 3600 dei suoi migliori 
a presidio. La città era cinta di forti mura, era protetta 
dalle paludose sponde del Sile, contava quindicimila ani- 
mosi abitanti e racchiudeva altresì quattrocento circa vo- 
lontari italiani venuti da Parigi con armi e a spese del 
governo repubblicano di Francia, comandati da un Anto- 
nini di Novara, capitano con Napoleone I, colonnello nel- 
l'insurrezione di Polonia, v'era quindi speranza di valida 
difesa. In una sortita periva il generale Guidotti che, im- 
pugnato, come semplice soldato, il moschetto e gridando- 
ai militi : Seguitemi!, s' era lanciato sul nemico facendo 
fuoco, e dicendo a Ugo Bassi, frate barnabita, che voleva 



— 8 — 

trattenerlo : Qui si vince o si muore. Colpito in fronte, spirò 
mormorando: Italidj libertà. 

Carlo Alberto, intanto, dopo il vano tentativo su Pe- 
schiera e il niun prò ricavato dalla vittoria di Pastrengo, 
pressato dal Parlamento e dalla pubblica opinione a uscire 
dall'immobilità, ritenendo, per voci, ad arte sparse dalle 
numerose spie austriache, facile un'impresa su Verona, da 
Goito e da Pastrengo muoveva su Santa Lucia, ove si com- 
battè senza verun frutto e con notevoli perdite. Mano audace 
di toscani, capitanata dal maggiore Belluomini, avanzo 
della ritirata dalla Russia, sconfiggeva a Chiesanuova gli 
ungheresi del Giulay e li inseguiva fin sotto Mantova, pren- 
dendo posizione su Curtatone, ove il 10 maggio il batta- 
glione del Landucci, che fu mortalmente ferito, sconfiggeva 
trecento tirolesi, permettendo ai toscani e ai napoletani di 
stendersi fino a Montanara. Il 13, il Gorzkowsky, forte di 
armi, assaliva su tutta la linea a Montanara, a San Sil- 
vestro, a Curtatone, ma trovava fiera resistenza, e i tiri 
delle artiglierie, diretti dal Niccolini e dal Mosell, lo dan- 
neggiavano assai, e dovè ritrarsi. Caddero feriti Cesare 
Rossaroll ed Enrico Poerio: si distinsero il De Laugier e 
il Giovannelli, e il Neri Corsini, ministro della guerra del 
granducato di Toscana, che si trovò a quella fazione, ri- 
mase ammirato di tanto valore. Contemporaneamente il 
Manara e il Thanneberg lottavano, coi volontari, al Caffaro 
ed a Monte Suello, e, il Re, personalmente, presenziava il 
bombardamento di Peschiera, al cui assedio lasciava il suo 
secondogenito, duca di Genova, valoroso e valentissimo 
giovane. Il Nugent, con marce e contromarce, ingannava 
il Durando, che male informato su le mosse del nemico e 
timoroso delle sue sorti, si ritraeva per passare il Sile 
■e attaccare di fianco l'austriaco mentre Treviso lo avrebbe 
battuto di fronte; ma il Nugent trovata sgombra la via 
per l'improvvida mossa, si avviava rapido su Vicenza, e il 
Durando, allora, tentava arrestarne l'avanzata, inviando a 



— 9 — 

Mestre la sua avanguardia comandata dal colonnello Gal- 
lieno e procedendo in furia su Vicenza, intorno alla quale- 
s'ingaggiava la lotta, presenziata dal Cavedalis, dal Manin 
*e dal Tommaseo, accorsi da Venezia. Fece prodigi l'Anto- 
nini, che vi perse un braccio, e il nemico fu ributtato, con 




Non fare : a te basta il trono » {Pag. 14) 



grande ira del Radelzky, che voleva Vicenza, punto stra- 
tegico importante cui fanno capo le vie che dal Tirolo e 
dal Friuli menano all'Adige. Il Durando, mentre vantava 
M poter resistere ad oltranza, non prendeva veruna delle 
misure più prudenti e necessarie, affidava la difesa dei 
monti Berici, importantissima, a Massimo D'Azeglio, im- 
provvisato capitano per compiacere vanità personali, in- 



— 10 — 

fluenze di partito e simpatie di corte, ponendo in sottor- 
dine resperimentato colonnello Cialdini, reduce dalle guerre 
di Spagna. Tornarono, forti di numero e d'artiglierie, gli 
austriaci; grande fu il valore, molti gli errori, caddero fe- 
riti il Cialdini e l'inetto, ma valoroso, D'Azeglio, e Vicenza 
dovè capitolare. Era assente il generale Ferrari, che riu- 
sciva monitore importuno al Durando ed era stato richia- 
mato improvvisamente e improvvidamente a Roma. Fu un 
disastro. Il Pepe, che coi suoi napoletani non aveva obbedita 
al richiamo del fedifrago Borbone, si ritraeva da Padova, 
a Venezia; Palmanova, per maneggi di ufficiali piemontesi 
che s'erano imposti al vecchio Zucchi, veniva occupata dagli 
austriaci, e la campagna mal principiata a Curnuda, abban- 
donava alla rovina il Veneto conchiudendosi con la resa di 
Vicenza. Il valore diveniva inutile di fronte all'inettitudine, 
e peggio, dei capi. Tra Curtatone e Montanara, in posizione 
pericolosa, venivano lasciati inoperosi e dimenticati cinque 
mila tra toscani e napoletani, pe' quali, invano, il De Lau- 
gier, senza ottenere risposta veruna, tempestava al quartier 
generale regio invocando aiuti. Assaliti il 29 maggio dal 
Radetzki, che s'era congiunto al Nugent, e seco traeva 32,000 
uomini e 40 cannoni, resisterono eroicamente, attendendo- 
invano il soccorso promesso dal generale Bava, che non 
seppe che consigliare la ritirata su Goito. Caddero estinti 
il prof, Pilla, della Università di Pisa, giovane e dotto geo- 
logo, gloria e speranza della scienza, il pisano Parrà, altri 
molti; furono feriti il De Laugier, il Campia, il Gì o vanne t ti, 
il Montanelli, altri e. al tri ancora. Si distinse il foriere El- 
bano Gasperi, che, per lo scoppio delle polveri visti cadere 
i compagni, strappatesi le vesti gli bruciavano addosso, solo, 
nudo, coi brandelli fumanti e coi fiammiferi proseguì a dar 
fuoco alle artiglierie, che tuonarono fino da ultimo, ma- 
novrate da lui e da pochi compagni superstiti, un Calamai, 
un Paoli, un De Champs, un Minucci, un Meini, anch'essi, 
seminudi e abbrucciacchiati dall'esplosione. Se il Bava avesse 



— 11 — 

soccorsi i toscani, come doveva, la vittoria sarebbe stata 
importantissima, ciò non tolse che la disperata resistenza 
non scompaginasse i piani del nemico, che non riuscì- 
a liberare, come avrebbe voluto, Peschiera, la quale si 
arrese ai 31 di maggio, e fu battuto da Carlo Alberto 
a Goito. L'inettitudine del Salasco, Tattardanza di Carlo 
Alberto nella Cattedrale di Peschiera per assistere ad uffici* 
di grazie, e per il tempo speso per cercare di visitare 
f antico tempio dei Gonzaga alle Grazie, tutto contri- 
buiva a far sì che non si cogliessero dalle vittorie frutti 
efficaci, e intanto gli austriaci crescevano ognor più di 
numero, operavano congiunzioni, il Borbone a Napoli' 
tradiva la causa italiana e l'enciclica di Pio IX, sconfes- 
sante la guerra nazionale, portava il turbamento nelle 
coscienze. Lo scoramento era in tutti, il dubbio de' tradi- 
menti fiaccava ogni energia, e invano si combattè ancora 
col coraggio della disperazione in vari luoghi e poi a Cu- 
stoza e a Volta Mantovana, ove l'esercito italiano tocco- 
tremendi rovesci, si dovè ripiegare, combattendo, su Milano,, 
con 24.000 uomini stanchi, affamati. La ritirata principiava,, 
e disastrosa. 

In Milano — assente il Casati, che nell'ora triste era 
a Torino — si nominò un Comitato di difesa composto del 
generale Manfredo Fanti, del Restelli e del Maestri, che 
chiamò a consulta anche il Cattaneo. Questi proponeva che 
il comitato assumesse la dittatura; non si volle per rispetto 
al re, e fu decisione fatale. Si chiamarono anche il Maz- 
zini, il Garibaldi, il poeta Berchet, carbonaro del '21, Fi- 
lippo De Boni e alcuni generali regi, e il Cattaneo pro- 
pose di allagare la campagna intorno a Milano, ostruire 
e fortificare i valichi alpini fino al confine svizzero, con- 
centrare forze per una difesa estrema, e con colonne vo- 
lanti di volontari e alpigiani far la guerriglia nelle valli ;. 
e corse a Lecco per le opportune disposizioni, corse pure- 
a Bergamo e si pose d'accordo con Garibaldi. Intanto in- 



— 12 — 

Milano i regi, entrativi con Carlo Alberto, che giurava so- 
lennemente di morire sotto le mura della città anziché 
cedere, arrestavano i migliori campioni della democrazia. 
Del governo provvisorio rimanevano al loro posto i soli 
Pompeo Litta, benemerito patrizio., e lo storiografo abate 
Anelli, i quali, saputo che, non ostante i giuramenti e 
le promesse solenni di Carlo Alberto, era stata stipu- 
lata una capitolazione col nemico, energicamente prote- 
stavano, e alla protesta loro si univa Cesare Cantù. Il 
popolo, che da prima non aveva voluto credere a tanta 
enormezza, irruppe furioso al palazzo Greppi, ov'era il re, 
volendo la guerra a sterminio ; e Milano poteva certo op- 
porre una fiera resistenza; e il re fece nuove promesse 
verbali e scritte, poi, nella notte, fuggì coi suoi. I cittadini, 
all'alba, videro affìsso il manifesto firmato Bassi, potestà, 
e Filippo Taverna, assessore, annunziante la resa, e gli 
austriaci, il 6 agosto, entravano in Milano deserta, e in- 
vano redenta con l'eroismo delle cinque giornate. Cento- 
mila milanesi, piangendo d'ira e di dolore, esodo triste, 
abbandonavano la città, seco traendo le donne, i fanciulli, 
le robe loro. Il deputato Giovanni Josti, ed altri, nel par- 
lamento piemontese, dopo aver detto che Radetzky era per- 
duto a Milano, se non era l'armistizio, ebbero parole se- 
vere assai; così l'abate Luigi Anelli nella sua storia, così 
il Cattaneo, e strofe fierissime ebbe il prode e candido Ma- 
meli. La prima fase dell'infelice guerra era finita con disdoro 
per gli autori de' voluti disastri. 

Gli eventi del 1849 — di cui sarà discorso in altre 
pagine di questa pubblicazione — inducevano Carlo Al- 
berto a riporsi in campo. L'esercito era in pessime condi- 
zioni: scorati e sfiduciati i soldati; lo stato maggiore for- 
mato da nobili ignari d'arte militare; pessimamente ordi- 
nata la fanteria, scarse la cavalleria e l'artiglieria, mancante 
la cavalleria leggera, embrionale il corpo del genio e sprov- 
visto di materiale; servizi di viveri e d'ambulanze disor- 



— 13 — 

ganizzati e insufficienti. Carlo Alberto, riconoscendo la sua 
incapacità di condottiero, offrì il comando di tale esercito 
al Bugeaud, al Bédeau, al Lamoricière, ma nessuno di que- 
sti generali francesi, chiari per fama guadagnata, date le 
condizioni dell'esercì to stesso, volle accettare: Adamo Czar- 
torisky, offerse il suo nipote, un polacco, Alberto Chrza- 
nowsky, caro all'aristocrazia polacca, e che aveva parte- 
cipato alla lotta della Polonia nel 1821, e fu accettato. A 
capo della divisione lombarda si pose quel Gerolamo Ramo- 
rino, già infido condottiero della Spedizione di Savoja. Il 14 
marzo 1849, il Rattazzi annunziava al Parlamento la denun- 
zia dell'armistizio stipulato con Radetzky. Le finanze erano 
esauste, i rapporti dello Czarnowsky sull'esercito sconfor- 
tanti; peggio ancora, il generalissimo veniva informato anche 
dopo del nemico dell'apertura dell'ostilità. La notizia im- 
provvisa lo atterrì; ma non ebbe il coraggio di ribellarsi 
e deporre il comando, e si pose in campagna coli' anima 
presago di sciagure e di disastri. Gli austriaci erano supe- 
riori per numero, per disciplina, per bene organizzati ser- 
vizi di guerra : le previsioni erano facili a trarsi. 

Al Ramorino, colla sua divisione lombarda, fu ordinata 
l'avanzata a Bereguardo, collocando un'avanguardia sai 
Gravellone; e il Ramorino, guastato il ponte di Mezzana- 
Corte e tolta qualche barca, operò inversamente agli ordini 
avuti, condannando i suoi all'inazione e rendendo impossi- 
bile la congiunzione col grosso dell'esercito. Il solo Luciano 
Manara, audacemente resistè al nemico comandato dal 
Lichtenstein ; ma che fare col solo suo battaglione de' ber- 
saglieri lombardi? Non potè che ritrarsi con onore sulla riva 
destra del fiume. Si richiamò il Ramorino a Novara e lo 
si sostituì col Fanti; ma ormai la forte posizione della Cava 
era occupata dagli austriaci. Il Ramorino, ordinato all'avan- 
guardia di ritrarsi senza far fuoco se assalita, fuggiva, re- 
cando seco ordini e dispacci ricevuti, ad Arona, ove veniva 
arrestato, condotto nella cittadella di Torino, giudicato da. 



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una corte marziale e fucilato. Morì da forte, e rimase ad 
agitare le coscienze il dubbio ch'ei non fosse che il capro 
espiatorio di colpe non sue : certo il dramma fu dei più 
misteriosi e al Ramorino nocque sempre la trista fama di 
traditore acquistatasi all'epoca de' moti della Giovine Italia. 
Irrompevano i nemici sul territorio piemontese, e l'eser- 
cito regio, contemporaneamente, passava il confine ed en- 
trava nella Lombardia, con alla testa, triste, pallido e 
taciturno come uno spettro, Carlo Alberto. L'avanguardia 
combattè alla Sforzesca e a Gambolò con valore; ma a 
Mortara la sconfitta era irriparabile. Alla Bicocca, presso 
Novara, si die la battaglia che durò tutta la giornata 
del 23 marzo 1849 e si risolvè in una catastrofe, che 
conchiudeva tragicamente, in tre giorni, la campagna di 
guerra. 

Pallido come un cadavere, immobile sul suo cavallo, 
curvo come se improvvisamente invecchiato, Carlo Alberto, 
quasi cercasse la morte, stava ove più era grave il peri- 
colo. Invano lo scongiuravano a ritrarsi: il guardo fisso, 
vitreo, mormorava con amarezza ; Lasciatemi morire. La 
morte non lo voleva ; cadevano i combattenti ai suoi piedi, 
egli pareva un cavaliere fatato. Appresa la ritirata del figlio 
Vittorio Emanuele a Ca.stel d'Agogna, e come il valoroso 
duca di Genova fosse condannato per l'inazione di chi do- 
veva coadiuvarlo, a ritrarsi su Olengo, e lo stato maggiore 
rifiutasse la sua proposta di difasa estrema in Alessandria, 
su le linee forti del Tanaro e del Po, esclamò : « Tutto è 
perduto, anche l'onore » — e ordinò la ritirata in Novara. 
Fu una fuga disastrosa sotto l'imperversare della bufera 
scatenatasi, il fulminare delle artiglierie e l'incalzare del 
nemico : l'esercito pareva orda confusa di miseri laceri, 
stanchi, affamati. Furono perduti 6,000 uomini, tra uccisi 
feriti e prigionieri e dodici cannoni e vari carri di muni- 
zioni. Da Novara Carlo Alberto chiese un armistizio a Ra- 



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detzky; ma il vecchio maresciallo, per concederlo, chiedeva 
d'occupare le terre fra il Ticino e la Sesia, la cittadella 
d'Alessandria compresa, e di avere Vittorio Emanuele, du- 
€a di Savoja, come ostaggio. Le condizioni erano onerose e 
punto onorevoli, Carlo Alberto preferì di abdicare. Nella 
notte, chiamati in casa Bellini, ove era andato, i figli, lo 
stato maggiore, il ministro Cadorn, affranto, dichiarò esser 
dura necessità la pace, e peggio vergognosa, dolersi solo 
di non esser morto in battaglia e di lasciare il trono al Aglio 
Vittorio Emanuele. Scrisse alla moglie, abbracciò i presenti, 
Mciò i Agli meno Vittorio, che sporgeva la destra, ma non 
se la sentì stringere dal padre, che severo disse: « Non 
fare : a te basta il trono : ordina piuttosto al cocchiere di 
sferzare i cavalli, che io mi partirò per l'esilio. » Allibì Vit- 
torio a quelle parole di colore oscuro e che lasciavano 
tremendo ad agitare le anime dei presenti il dubbio, e il 
re partì, solo, sotto il nome di colonnello conte eli Barge; 
passò attraverso le linee nemiche non riconosciuto e flnì 
poi, poco dopo, esule, silenzioso e solo in Oporto, in Por- 
togallo. Morendo così dignitosamente salvò l'onore della 
sua casa e le sorti della sua dinastia. Il nuovo re ebbe un 
colloquio nella cascina di Vignale col Radetzky, dopo il 
quale si veniva ai patti del 26 marzo 1849,. onerosi pel 
Piemonte. Lo Chrzanowsky, che s'era mostrato inettissimo 
e aveva originate tante sciagure, riceveva da Vittorio premi 
e denari. La battaglia di Novara ebbe il suo epilogo in 
memorabili sedute del Parlamento subalpino, ove il Lanza, 
con impeto, voleva sapere come mai era stato possibile che 
in due giorni 50,000 croati avessero disfatto 130,000 uomini. 
Fu fatta un'inchiesta, ma ministri e generali, che primi 
avrebbero dovuto desiderare la luce, non la vollero con 
ostinazione: documenti e relazione tutto fu posto in tacere, 
e il paese non seppe mai da quali mani le sue sorti furono 
ignominiosamente tradite sul campo di Novara. Il Lanza, 



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monarchico, ma onesto, sdegnosamente, denunziò esservi 
stato tradimento, e non nelle file dei soldati, ma in quelle 
dei superiori, e vi fu chi obiettò doversi f indagine arre- 
stare per non accertare responsabilità che non potevano- 
esser poste in discussione. Pagina tragica ed oscura, quella 
di Novara rimase sempre un mistero; forse, un giorno, se 
i documenti non furono tutti soppressi, potrà esserne ri- 
fatta imparzialmente la storia. 




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